Potremmo pensare che per i discepoli e gli Apostoli sia stato facile seguire Gesù: dopotutto ce l’avevano davanti agli occhi! Mica come noi, che guardiamo un pezzo di pane o, peggio ancora, guardiamo la persona che ci sta a fianco e dovremmo vederci il Signore…

Verissimo, lo avevano davanti agli occhi in carne ed ossa. Anche quando è stato crocifisso ed è morto ed è stato deposto dalla croce… Ma no, a quell’ora la maggior parte se l’era filata e io penso che, probabilmente, avrei fatto lo stesso.

 E dunque sarà stato facile davvero? Sarà stata solo questione di vedere & volere?

 

Che cosa ha reso possibile che l’inizio vissuto dai discepoli continuasse nel tempo? Il cristianesimo è continuato nella storia, è diventato storia per la forza di volontà dei primi? Sono stati così bravi da assicurare la permanenza dell’inizio?

Anche loro sono stati messi alle strette dal crollare di tutto, in un certo momento perfino di Colui che aveva destato in loro tanto entusiasmo. Dopo la Sua morte, infatti, due discepoli ritornano a casa dicendo: «Noi speravamo che finalmente fosse arrivato colui che poteva compiere la promessa che avevamo ricevuto quando l’abbiamo incontrato, quella promessa che corrispondeva all’attesa del cuore; ma adesso è tutto finito» [Cfr. Lc 24,13-35.]  E quando alcune donne corrono dagli apostoli per dare loro l’annuncio della resurrezione, alcuni pensano: «São loucas» – come dice il canto –,89 [Barco Negro, musica di Caco Velho e Piratini e testo di D. Mourão-Ferreira] sono pazze, tanto è vero che i due di Emmaus tornano a casa delusi.

Ma allora, se non è stato un loro sforzo – e già prendere coscienza di questo è liberante –, né un loro tentativo organizzativo, che cosa ha reso possibile la continuità del fenomeno iniziale? Come spiegare che sia durato?

È la domanda che assale gli storici e chiunque si accosti ai racconti evangelici. Leggendo i testi dei vangeli, che non hanno taciuto nulla dello sconcerto degli apostoli, ci troviamo davanti a questo paradosso: tutti i suoi Lo hanno abbandonato e sono fuggiti, ma dopo qualche giorno li ritrovano uniti, entusiasti, disponibili a tutto; questo gli storici proprio non riescono a spiegarselo. Eppure tale cambiamento deve avere una spiegazione! Così essi fanno ricorso alla stessa parola che abbiamo usato in questi giorni: deve essere successo «qualcosa», per cui delle persone smarrite, deluse, che erano tornate a casa scettiche perché la promessa non si era compiuta, sono di nuovo unite, entusiaste, disponibili a qualsiasi cosa, con una energia traboccante.

Perfino Strauss, lo storico razionalista, che nega la storicità della resurrezione, per spiegarsi la svolta verificatasi nei discepoli è costretto ad ammettere che deve essere per forza accaduto «qualcosa»: una bugia inventata dai discepoli non avrebbe infatti potuto dare ragione adeguata di quanto era accaduto in loro nel volgere di così poco tempo.

«Una tale menzogna inventata dagli Apostoli non avrebbe potuto ispirare il coraggio di annunciare con tanta costanza e in mezzo ai più gravi pericoli la resurrezione di Gesù. A ragione, gli apologisti insistono ancora oggi nell’osservare che la straordinaria rivoluzione operatasi nell’animo degli Apostoli, dal più profondo scoraggiamento, dalla perdita di ogni speranza al momento della morte di Gesù fino alla fede e all’entusiasmo con cui l’annunciarono quale Messia nella Pentecoste successiva, tale rivoluzione non si potrebbe spiegare se nel frattempo [cioè appena poche settimane dopo la Sua crocifissione] non fosse sopravvenuto qualcosa di straordinariamente consolante, e in particolare qualcosa che li avesse convinti della resurrezione di Gesù crocifisso.»90 [D.F. Strauss, La vita di Gesù o Esame critico della sua storia, La Vita Felice, Milano 2014, pp. 1395-1396]

Il cristianesimo è diventato storia, una storia che è arrivata fin qui, fino a me, fino a te, per quello che è accaduto alcuni giorni dopo la crocifissione. Che cosa ha permesso che diventasse storia? Il fatto che il divino si era manifestato con una potenza ancora più grande: l’unica ragione che ha reso possibile quella svolta e la continuità nel tempo è stato cioè il fatto che Lo hanno visto vivo. «“Cristo è risorto” vuole dire che Cristo ha la padronanza del tempo, è il Signore del tempo, vince il tempo.» [L. Giussani, Qui e ora (1984-1985), op. cit., p. 63]

Se è il Signore del tempo, cioè vince il tempo, allora può anche essere presente qui e ora, nel pezzo di pane e nella persona che mi sta accanto. Direi che la facilità è fuori questione, allora e adesso. 

 

Cristo è presente ora! Questa è l’eccezionalità del cristianesimo, per cui Cristo è una presenza diversa da qualunque altra figura del pantheon delle religioni: «L’eccezionalità è la pretesa di contemporaneità di Cristo alla storia». [Ibidem, p. 64] Una contemporaneità che nessun potere di questo mondo ha potuto fermare, tanto che è arrivata fino a noi. Essa non sarà mai bloccata, mai, da nessun potere.

Allora la fedeltà è fedeltà a Cristo risorto. Quello che consente la durata, quello che regge l’urto del tempo, non siamo noi con le nostre capacità, ma quella novità – la Sua stessa presenza, il riaccadere della Sua presenza ora, una Presenza ora – che è entrata nella nostra vita, che costantemente abbiamo visto ricomparire, che non possiamo più strapparci di dosso; io non la posso strappare via da me, non la posso strappare via dalla mia storia; potrò andarmene, ma anche allora la porterò con me. Quel «qualcosa» che gli storici alla Strauss ammettono – pur senza riconoscerlo né tantomeno aderirvi – non è altro che il fatto di Cristo risorto. La fedeltà di cui parliamo è fedeltà a questo fatto accaduto.

— Esercizi della Fraternità di Comunione e Liberazione 2019, Sabato pomeriggio, pagg. 45-47 (neretti miei)

Il libretto intero e i file audio relativi sono reperibili nella pagina dedicata

domenica 30 giugno 2019