Prima Lettura. Dal libro del profeta Isaia (58,7-10)

Così dice il Signore:

«Non consiste forse [il digiuno che voglio]
nel dividere il pane con l’affamato,
nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto,
nel vestire uno che vedi nudo,
senza trascurare i tuoi parenti?

Allora la tua luce sorgerà come l’aurora,
la tua ferita si rimarginerà presto.

Davanti a te camminerà la tua giustizia,
la gloria del Signore ti seguirà.

Allora invocherai e il Signore ti risponderà,
implorerai aiuto ed egli dirà: “Eccomi!”.

Se toglierai di mezzo a te l’oppressione,
il puntare il dito e il parlare empio,
se aprirai il tuo cuore all’affamato,
se sazierai l’afflitto di cuore,
allora brillerà fra le tenebre la tua luce,
la tua tenebra sarà come il meriggio».

Da molti anni ho questo brano attaccato davanti al letto. Mi ricorda che la carità comincia in casa e che essere buoni con chi è lontano senza esserlo con chi è vicino – il “prossimo” – non vale niente.

Lo diceva anche don Giussani, anzi l’ho imparato da lui: bisogna fare caritativa senza «venir meno alla discrezione in famiglia» (Il senso della caritativa, pag. 16). Mi ci volle qualche tempo per comprendere che la discrezione non significa “acqua in bocca” – quanto sono stati impoveriti i significati delle parole in cinquant’anni! – ma, appunto, stare attento anche alle esigenze di casa tua e non solo a quelle di casa d’altri. Non è questione di chi viene prima e chi viene dopo, è questione (cattolicissima) di et… et… cioè “sia… sia…”.

Non sono ancora arrivata a gran profondità, nella ruminazione di questo brano; così qualche giorno fa mi ha molto sorpreso un brano di Alinda Bonacci Brunamonti, poetessa perugina di cui sto leggendo un estratto dei diari.

Alinda era una cattolica tradizionale (il che non vuol dire una beghina, piuttosto il contrario) e quel che dice è radicato nella tradizione cattolica, ma quanto è sconcertante! Finché uno non si ritrova davanti a questo brano del profeta Isaia e capisce che da qualche parte noi cattolici odierni dobbiamo esserci persi qualcosa.

A s. Andreino delle Stalle

8 febbraio 1889 – A s. Andreino delle Stalle, brutta, umida e misera chiesa ch’io vorrei chiusa per sempre, oggi era esposto il Sacramento. Dopo aver alquanto pregato uscivo per il vicoletto tetro su cui riesce la chiesa e meco usciva una donna a braccetto d’un’altra e portando per mano una bambinetta. La donna che s’appoggiava aveva ambedue gli occhi coperti da una fitta benda che celava tutto il viso. Quella che le dava il braccio, con ogni carità l’avvertiva dove fossero scalini e dove si potesse camminar francamente. Vedendo quel viso nascosto, ho richiesto che male avesse la poverina. La sua guida m’ha risposto: è minacciata di cecità per una grave malattia d’occhi e questa bambina è sua figlia e anch’essa ha perduto un occhio. Guardi, signora, che pietà; e alzata la benda ho visto due poveri occhi cavernosi, rossi piangenti. Andiamo dal dottore Mosconi, e prima siamo venute a pregare il Signore, seguitava a dire; abitano con me queste due povere creature abbandonate; son povera anch’io; ma in questo mondo dobbiamo aiutarci uno coll’altro. Faccia la carità a queste due infelici. Ho fatto una piccola elemosina, e la vista di tanta sventura e di tanta carità insieme in quelle tre popolane m’ha commosso il cuore.

Per quei due soldi che ho dato alla cieca, ho domandato subito in compenso, nel cuor mio, al Signore un’infinità di beni. E prima, che tenesse a se strettamente congiunte in fede e in amore le anime nostre poi che ci conservasse la cara virtù visiva degli occhi fino alla morte.

Qui la prima parte del racconto; e a noi già pare strano che si possa chiedere qualcosa in cambio di un’opera buona che abbiamo fatto. Quantomeno a me pare strano.

Il giorno dopo, Alinda riprende il discorso e lo spiega, lasciandomi del tutto spiazzata. I neretti sono miei.

Siate usurai col Signore

9 febbraio 1889 – È un’usura; pure è l’unica usura che sia non solo lecita ma santa. Il Signore vuole che con lui siamo molto usurai e che domandiamo il mille per uno. Egli è tanto ricco e munifico donatore, che per offerire non aspetta che le domande. Il suo cuore di Padre è afflitto e offeso dall’indifferenza umana che non si cura di chiedere. Io certo per parte mia non lo risparmio; né do mai un soldo al poverello per amor suo che non gli chieda in compenso la salute eterna almeno della metà del genere umano. Egli è fedele nelle sue promesse. E non ha detto mai che la domanda debba esser piccola e discreta e proporzionata a noi: invece la domanda dev’esser proporzionata al potere divino; quindi oso sperare che sarò esaudita. Per l’altra metà del genere umano ci penseranno i santi i quali sono grandi maestri di preghiera e intercessori potenti. Nel Cielo dove finisce la fede e la speranza, si fa più viva la carità. Ed è bello pensar de’ santi che giunti alla gloria in Patria aiutino con memore pietà gli esuli e pericolanti fratelli.

Maria Alinda Bonacci Brunamonti, Pensieri cristiani, inediti da Memorie e pensieri (1875-1900), a cura di Luigi M. Reale, Bibliotheca Umbra, 2017, pagg. 132-134 del formato pdf

 

Talmente ero spiazzata che ho smesso di leggere il libro per un paio di giorni, per non sorvolare. Poi è arrivata la domenica.

Il brano di Isaia nella prima parte spiega in che cosa consiste il digiuno gradito al Signore e va benissimo (a patto di non impiegarlo per dire che è inutile digiunare; ma questa è un’altra storia). Nella seconda parte, però, spiega che «allora», cioè in conseguenza di quel digiuno,

Allora invocherai e il Signore ti risponderà,
implorerai aiuto ed egli dirà: “Eccomi!”.

Ecco che mi si spiega quella “usura lecita e santa” di cui parla la nostra poetessa. 

Sono ottusa come una colonna e non avevo capito. Che si debba chiedere senza risparmiarsi, non mi era nuovo; che ci fosse un rapporto tra dare e chiedere, non ricordavo di averlo mai sentito. Ha ragione Alinda, pare usura; e quindi a noi, oggi, “pare brutto” e quindi “non si fa”. Poi però non si fa nemmeno una normalissima elemosina, perché “tanto non serve a niente”. 

Una breve ricerca sul “mille per uno” mi ha portato a un passo del libro dei Proverbi (19,17), che dice:

Chi fa la carità al povero fa un prestito al Signore,
che gli ripagherà la buona azione.

Un tempo questo passo poteva venir tradotto con “Chi ha compassione del povero pone ad usura con Dio”, riprendendo un’affermazione di sant’Agostino (discorso 42, par. 2).

Ora, la caratteristica dell’usura è appunto che uno presta e poi richiede più di quanto ha prestato, altrimenti non è usura. I nostri antenati erano più icastici e incisivi di noi. (Ah, dimenticavo: aver compassione del povero non significa dire “oh, poverino”, anche mettendoci tutta l’anima che si può; significa fare qualcosa di concreto, foss’anche soltanto «una piccola elemosina».)

Dov’è che ci siamo sviati? 

Che poi il Vangelo parli del cento per uno (il centuplo) e nel XIX secolo fosse diventato mille… be’, immagino che siano un paio di millenni d’inflazione.

***

Il libro di Maria Alinda Bonacci Brunamonti Pensieri cristiani, inediti da Memorie e pensieri (1875-1900), a cura di Luigi M. Reale, 2017, è disponibile in Bibliotheca Umbra: 

http://www.bibliografia.umbria.it/bu/bibliotheca/001_brunamonti/ 

nei formati pdf e ePub, mentre l’ebook (gratuito) è disponibile per il Kindle nel Kindle Store. 

Il libretto di don Giussani Il senso della caritativa si può leggere qui: 

https://it.clonline.org/cm-files/2018/07/02/ilsensocaritativa2018web2.pdf

giovedì 13 febbraio 2020

6 pensieri su “V Domenica del Tempo Ordinario, anno A – Prima Lettura: «Allora invocherai e il Signore ti risponderà»

  1. “Dov’è che ci siamo sviati?”.

    Non lo so, ma ho appena letto un teologo che in un recentissimo articolo di Famiglia Cristiana online – riferendosi appunto alla nostra relazione con Dio – ha scritto il contrario di quello che hai scritto tu, liquidandolo in qualche modo come “cattolicesimo convenzionale”.
    Senza fare nomi né polemiche… sarebbe davvero interessante individuare i motivi e/o le teorie che ci hanno portato allo sviamento. Qualche idea ce l’ho e magari mi rifaccio viva appena riemergo da alcuni impegni… In questi giorni riflettevo sulla contrapposizione tra Legge e Amore che abbiamo illecitamente introdotto, dimenticando l’et-et. Come anche lo “scisma” tra Giustizia e Misericordia. Mi viene in mente pure il pericolo del neo-gnosticismo che Papa Francesco ha richiamato nella Gaudete et Exsultate. E mi viene in mente il considerare Gesù Cristo come un grande filosofo, e non tanto come Dio che si fa carne… Un po’ tutto questo ha a che fare con lo sviamento…

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    1. Mi manderesti il riferimento a quell’articolo di Famiglia Cristiana, per favore? (In privato, naturalmente: si dice il peccato e non il peccatore. Ma non c’è fretta, me lo puoi mandare quando ti liberi.)
      Sono due giorni che non mi esce di mente. Voglio conoscere le ragioni di quel teologo.
      Questa particolare “usura” rischia facilmente di diventare un meschino do ut des, che sarebbe molto ma molto sbagliato. In partenza però non si tratta di questo, si tratta di un rapporto di collaborazione. Ci si può sviare in più direzioni, dopotutto.
      Grazie.

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  2. Credo che se ritroviamo la strada forse potremmo anche comprendere meglio la parabola detta “dell’amministratore disonesto” (Luca 16).
    Le parole di Gesù
    “Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce. Ebbene, io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne.”
    danno sempre del filo da torcere a teologi, biblisti, omelisti… (si dice “omelisti”?)

    Ciao 🙂

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    1. Si dice “omelisti”, sì; ma è una parola parvenu, arrivata solo nel 1870 🙂 A me, in quel brano che citi, il Principale sembra sarcastico; ma una volta che l’ho detto, ho scandalizzato varie persone.

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  3. In serata te lo spedisco, aggiungendo qualche mia riflessione, e poi vedi tu se trovi altri sviluppi interessanti a partire da quell’autore (che parlava di tutt’altro e poi andava a parare lì). Da come lo vedo io, l’argomento è centrale e tocca l’antropologia cristiana.
    Sempre nella Gaudete et Exsultate Papa Francesco mette in guardia anche contro l’estremo opposto del neo-pelagianesimo.

    Qualche giorno fa ho letto in rete due testi di Padri che ho salvato e… adesso osservo che possono avere una relazione con quello che stiamo dicendo.

    Gregorio di Nissa (Omelia sull’amore per i poveri) parla dei poveri materiali come “giudici” e “avvocati”:

     “Il tempo presente ci ha procurato una grande quantità di senzatetto. Alle porte di ognuno vi è una folla … Non mancano stranieri e profughi; ovunque si vede la mano tesa a chiedere. Per costoro la casa è all’aperto, loro riparo sono i portici, i crocicchi e gli angoli più riposti delle piazze … 
    Ma tu mi dirai: “Anch’io sono povero”. E sia! Da’ quello che hai. Dio non chiede al di là delle nostre forze.
    Tu dai del pane, un altro darà un bicchiere di vino, un altro un vestito, e così con un po’ di solidarietà si libera uno dalla disgrazia. Neppure Mosè ricevette da uno solo il necessario per la tenda, ma da tutto il popolo. Un ricco infatti portò dell’oro, un altro dell’argento, il povero delle pelli, il più povero dei poveri della lana. Vedi come l’obolo della vedova supera le offerte dei ricchi (cf. Mc 12,41-44)?
    Diede, infatti, tutto quello che aveva, i ricchi invece avevano dato una piccola parte.
    Non disprezzare i poveri che giacciono a terra come se non meritassero nulla. 
    Pensa chi sono e scoprirai la loro dignità: hanno rivestito il volto del nostro Salvatore… 
    I poveri sono accusatori terribili e buoni avvocati. Sono avvocati e giudici senza proferire parola: il giudice li guarda. Le cure che noi prodighiamo gridano presso colui che conosce i cuori, con voce più chiara di quella di ogni araldo.”

    Doroteo di Gaza fa un ragionamento che oggi mi sembra sia un po’ dimenticato anche dai nostri teologi.
    Dagli Insegnamenti Spirituali di Doroteo di Gaza:

    “Dice nelle epistole cattoliche san Giovanni: L’amore perfetto caccia via il timore. Che cosa vuol farci capire con queste parole il santo? Di quale amore e di quale timore intende parlare?… Il santo vuole mostrarci che ci sono due specie di timori, uno introduttivo e uno perfetto, e che il primo è proprio di coloro che sono principianti, per così dire, nella vita di pietà, mentre l’altro è proprio dei santi giunti alla perfezione, che sono pervenuti alla misura dell’amore santo. Sarebbe a dire: uno fa la volontà di Dio per timore delle punizioni; costui, come abbiamo detto, è appena un principiante: egli non fa ancora il bene per se stesso, ma per timore delle percosse. Un altro invece fa la volontà di Dio perché ama Dio per se stesso, ama particolarmente di riuscir gradito a Dio. Costui sa che cos’è il bene in se stesso, sa che cosa vuol dire essere con Dio. Ecco, questi è colui che possiede l’amore vero, quello che il santo chiama perfetto, e questo amore lo porta al timore perfetto. Egli infatti teme e osserva la volontà di Dio non più per le battiture, non più per non essere punito, ma, come abbiamo detto, perché ha gustato la dolcezza stessa dell’essere con Dio, e teme di caderne fuori, teme di esserne privato. Questo timore perfetto, che dall’amore, caccia via il timore introduttivo. E per questo dice: l’amore perfetto caccia via il timore. Ma è impossibile che il timore perfetto si realizzi senza passare attraverso quello introduttivo.”

    Anche questo (di Doroteo) è importante perché evidenzia il percorso degli uomini in relazione a Dio, e non solo un ideale gnostico di relazione distaccato dalla storia e dalla vita reale. Nelle singole storie personali ci possono essere “percentuali” diverse dei “due timori” citati da Doroteo. (e comunque il secondo, il timore-amore, prevede comunque una cura vita natural durante).
    Perciò fare o esporre una teologia – rivolta al popolo cristiano – che allontani da queste realtà… è un po’ fuorviante.

    Ma appunto, “si dice il peccato, non il peccatore”, e aggiungiamo che il peccatore può anche non accorgersi che sta peccando. Mica sono tutti bravi a scrivere come te!
    A dopo 🙂

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  4. Ok, mail spedita.
    Aggiungo:

    Manco a farlo apposta, pubblicato oggi 19 febbraio 2020 dal sito Amici Domenicani nelle risposte ai lettori:
    “Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama” (Gv 14,21).
    E: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola” (Gv 14,23).
    San Giovanni riprende questo concetto nella sua prima lettera quando scrive: “Chi dice: «Lo conosco» (che significa: lo amo, n.d.r.), e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e in lui non c’è la verità” (1 Gv 2,4).
    E ancora: “Se uno dice: «Io amo Dio» e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede” (1 Gv 4,20).
    Pertanto, le cose semplici: sì, va bene. Purché però siano corrispondenti alla verità e non siano solo parole. – Fine citazione Padre Angelo Bellon OP

    —–
    Ancora dai Padri della Chiesa.
    Da «La Città di Dio» di sant’Agostino:
    “Il vero sacrificio di lode, consiste in ogni azione con cui miriamo a unirci con Dio in un santo rapporto, rivolgendoci a quel sommo Bene che ci può rendere veramente beati. Perciò anche le stesse opere di misericordia, con cui si viene in soccorso dell’uomo, se non si fanno per Dio, non possono dirsi vero sacrificio. Infatti, benché il sacrificio venga compiuto e offerto dall’uomo, tuttavia è cosa divina, tanto che gli antichi latini l’hanno designato anche con quest’ultimo nome. Perciò un uomo consacrato a Dio e votato a lui, in quanto muore al mondo per vivere a Dio, è un sacrificio. È anche un’opera di misericordia che ciascuno fa verso se stesso, come sta scritto: «Abbi misericordia della tua anima, rendendoti gradito a Dio» (Sir 30, 24 volg.).
    Dunque veri sacrifici sono le opere di misericordia sia verso se stessi, sia verso il prossimo in riferimento a Dio. D’altra parte le opere di misericordia non si compiono per altro motivo, se non per essere liberi dalla miseria e rendersi così beati di quella beatitudine che non si consegue se non per mezzo di quel bene di cui fu detto: «Il mio bene è stare vicino a Dio» (Sal 72, 28). Ne consegue senza dubbio che tutta la città redenta, cioè la comunità e la società dei fedeli, viene offerta a Dio quale sacrificio universale, per mezzo del grande Sacerdote, che ha offerto anche se stesso per noi nella sua passione, sotto le sembianze di servo, perchè divenissimo corpo di così grande capo. Ha offerto, infatti, questa natura umana e in essa venne offerto perché proprio per essa è mediatore, sacerdote, sacrificio.
    L’Apostolo ci esorta ad offrire i nostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio, come nostro atto di culto spirituale (cfr. Rm 12, 1). Ci raccomanda di non conformarci al mondo presente, ma a trasformarci rinnovando la nostra mente per poter discernere quale è la volontà di Dio, per capire quale è il vero bene a lui gradito e perfetto, per comprendere che noi stessi costituiamo tutto intero il sacrificio. Per questo soggiunge: «Per la grazia che mi è stata concessa, io dico a ciascuno di voi: Non valutatevi più di quanto è conveniente, ma valutatevi in maniera da avere di voi un giusto concetto, ciascuno secondo la misura di fede che Dio gli ha dato. Poiché, come in un solo corpo abbiamo molte membra e queste membra non hanno tutte la medesima funzione, così anche noi, pur essendo molti, siamo un solo corpo in Cristo e ciascuno per la sua parte siamo membra gli uni degli altri. Abbiamo pertanto doni diversi secondo la grazia data a ciascuno di noi» (Rm 12, 3-6).
    Questo è il sacrificio dei cristiani: «Pur essendo molti siamo un corpo solo in Cristo» (1 Cor 10, 17). E questo sacrificio la Chiesa lo celebra anche con il sacramento dell’altare ben noto ai fedeli, in cui le viene mostrato che, in ciò che essa offre, essa stessa è offerta nella cosa che offre.”
    Fine citazione Sant’Agostino

    ——
    Gregorio di Nissa (trovato online, senza indicazione della fonte/bibliografia, eventualmente da controllare):
    “Tre sono gli elementi che manifestano e distinguono la vita del cristiano: l’azione, la parola e il pensiero. Primo fra questi è il pensiero, al secondo posto viene la parola che dischiude e manifesta con vocaboli ciò che è stato concepito col pensiero. Dopo, in terzo luogo, si colloca l’azione, che traduce nei fatti quello che è stato pensato.
    Se perciò una qualunque delle molte cose possibili ci porta naturalmente o a pensare o a parlare o ad agire, è necessario che ogni nostro detto o fatto o pensiero sia indirizzato e regolato da quelle norme con le quali Cristo si è manifestato, in modo che non pensiamo, né diciamo, né facciamo nulla norma sublime.
    E che altro, dunque, dovrebbe fare colui che è stato reso degno del grande nome di Cristo, se non esplorare diligentemente ogni suo pensiero, parola e azione, e vedere se ognuno di essi tenda a Cristo oppure se ne allontani?
    In molti modi si può fare questo importante esame. Infatti tutto ciò che si fa o si pensa o si dice, sotto la spinta di qualche mala passione, questo non si accorda affatto con Cristo, ma porta piuttosto il marchio e l’impronta del nemico, il quale mescola alla perla preziosa del cuore il fango di vili cupidigie per appannare e deformare il limpido splendore della perla.
    Ciò che invece è libero e puro da ogni sordida voglia, questo è certamente indirizzato all’autore e principe della pace, Cristo. Chi attinge e deriva da lui, come da una sorgente pura e incorrotta, i sentimenti e gli affetti del suo cuore, presenterà, con il suo principio e la sua origine, tale somiglianza quale può aver con la sua sorgente l’acqua, che scorre nel ruscello o brilla nell’anfora.
    Infatti la purezza che è in Cristo e quella che è nei nostri cuori è la stessa. Ma quella di Cristo si identifica con la sorgente; la nostra invece promana da lui e scorre in noi, trascinando con sé per la via la bellezza ed onestà dei pensieri, in modo che appaia una certa coerenza ed armonia fra l’uomo interiore e quello esteriore, dal momento che i pensieri e i sentimenti, che provengono da Cristo, regolano la vita e la guidano nell’ordine e nella santità.
    In questo dunque, a mio giudizio, sta la perfezione della vita cristiana, nella piena assimilazione e nella concreta realizzazione di tutti i titoli espressi dal nome di Cristo, sia nell’ambito interiore del cuore, come in quello esterno della parola e dell’azione.”
    Fine citazione Gregorio di Nissa

    —–
    Ricordo anche che tra i sei peccati contro lo Spirito Santo indicati dalla Chiesa nella “formula catechistica” ci sarebbero questi due, come delimitazione data da due estremi sbagliati, … Anzi fatali:

    – la disperazione della salvezza
    – la presunzione di salvarsi senza merito

    L’unica cosa che non so in modo approfondito è come oggi la nostra Chiesa classifichi o consideri queste “tabelline riassuntive”, e/o quale uso siamo invitati a farne… (ad esempio in ambito catechistico. Io ad esempio li ho scoperti per caso, ds adulta, e solo perché leggo un sacco. Neanche sapevo che esistevano).

    So soltanto che spesso sono sintesi perfette degli insegnamenti cattolici – che evitano il rischio di perdersi in mille altre considerazioni, dimenticando le basi molto semplici e solide.
    Il problema?
    Il problema è, come sempre, la tramutazione della Legge in legalismo… Lo capisco (e in tal senso accogliamo le “prediche” di certi teologi). Anche se attualmente la difficoltà maggiore da affrontare mi sembra esattamente l’opposto, a causa di un’enfasi di Cuore&Amore che non significa più niente.

    Alla prossima 🙂

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