Obiezioni alla carità

di G.K. Chesterton, Illustrated London News 8 dicembre 1906 (ediz. USA) 

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Mi spiace vedere che c’è, nella gran parte dei giornali, una specie di assunto universale: il gentiluomo che di recente ha gettato dell’oro a piccoli e grandi che mendicavano per strada avrebbe fatto qualcosa di totalmente indifendibile e assurdo.

Quando ha interpretato la carità come il dovere di spandere monete sulla strada, ha fatto qualcosa che io, per esempio, ho sperato di vedere per un pezzo. Non arriverò a dire che avesse assolutamente ragione; ma senz’altro penso che avesse molta più ragione di tutti i filantropi scientifici e gli organizzatori di carità che lo disapprovano. Va benissimo dire che gli economisti politici fanno notare come la carità occasionale sia dannosa. Se è per questo, gli economisti politici fanno anche notare come sia dannosa la carità organizzata. Gli economisti politici (nel loro attuale stato mentale) sono capacissimi di sottolineare come mangiare e bere facciano male… e in effetti, a pensarci, mangiare e bere fanno male davvero. Si parla di gettar denaro nel mare. Si parla di buttar soldi in un pozzo senza fondo. Si parla di versar vino giù per il lavello. Ma perlomeno, in tutti questi casi di buttare qualcosa in un abisso, la cosa, una volta che sia nell’abisso, non può nuocere. Il denaro non può corrompere il mare né il vino può far sbronzare i tubi di scarico. Ma facciamo qualcosa di assai più oscuro e avventato quando buttiamo cibo o vino in quell’abisso tanto più spaventoso che è l’interno di noi stessi.

Perché dovrei preoccuparmi per il fatto di non sapere se sto facendo del bene o del male quando offro un pasto a un mendicante? Non so neanche se sto facendo del bene o del male quando offro un pasto a me stesso. Il tipo di cibo che mangiamo in tempi civilizzati e con digestioni civilizzate, il cibo, in questo senso, contiene semi di morte quasi quanto semi di vita. Non ditemi che ignoro quel che avvenga alla mezza corona che do a quel notorio vagabondo di Weary Will. Non so nemmeno che avvenga al panino col prosciutto che do a quel famelico reietto di G.K. Chesterton. Non voglio saperlo. So che in un particolare senso tutti noi stiamo riversando doni in un universo senza fondo, un universo che usa i doni a modo suo e in una complessità che supera il nostro controllo e perfino la nostra immaginazione.

Senza dubbio in materia di mendicanti e carità io so di non sapere: non so quale sarà l’impiego finale del dono in denaro che offro a un povero. Ma neanche so quale sarà l’impiego finale di un qualsiasi altro dono che offro a un qualsiasi altro uomo. Dare un qualsiasi regalo degno di essere chiamato regalo equivale a dare potere; dare potere è dare libertà; dare libertà è dare la possibilità di peccare. Se do a qualcuno il più decoroso e pio dei regali, esso se ne va al di là del mio potere per il semplice fatto che l’ho dato via. Se do a un uomo una Bibbia, quello potrebbe leggerla allo scopo di giustificare la poligamia. Molti uomini hanno letto la Bibbia (i Mormoni, per esempio) solo per giustificare la poligamia. Se do a un uomo una tazza di cacao (cosa che, mi sento di poter dire, non farei mai), quello potrebbe trarre dalla tazza di cacao esattamente la quantità di nutrimento e vigore che gli occorre per commettere un assassinio. Molti uomini, me lo sento (anche se non ho statistiche a portata di mano), hanno commesso un assassinio sotto l’immediato effetto invigorente del cacao. Se do a un uomo una chiesa, quello potrebbe celebrarvi una Messa Nera. Se do a un uomo un altare (il che appare improbabile), quello potrebbe usarlo per sacrifici umani. E se questa è la logica anche nei casi in cui il dono è di per sé qualcosa che comunemente si considera inappuntabile o corretto, l’argomento è di una forza travolgente se si pensa ai comuni doni che la gente del mondo si scambia. Se è possibile che denaro o bevande alcooliche possano essere impiegati male da chi ci è socialmente inferiore, è sicurissimo che libri e vestiti e mobili e opere d’arte possono essere impiegate male, e sono impiegate male, dai nostri pari.

Sta qui la particolare meschinità delle obiezioni alla carità occasionale. Non ci è consentito supporre che il denaro sia una cosa buona per quelli che non ne hanno nella stessa maniera approssimativa e generica in cui supponiamo che grossi stipendi o titoli o quadri o inviti siano cose buone per coloro che non li hanno. Ci viene detto che è nostro dovere considerare se la piccola elemosina renderà il mendicante più ubriaco o più ozioso. Ma non ci viene mai detto che sia nostro dovere considerare se aiutare il tale gentiluomo ad avere un bello stipendio lo renderà più ubriaco o più ozioso. Non è nostro dovere chiederci se dare perle a una signora la renderà più vanitosa. Non è nostro dovere chiederci se dar libri a un saccente lo renderà più saccente. Non ci si aspetta che calcoliamo, tramite una elaborata psicologia, se fare un lussuoso regalo di nozze a una coppia alla moda li lascerà eticamente migliori o peggiori di quanto già siano. In tutti questi casi noi, che siamo gente di comune buonsenso, reclamiamo il diritto di dire “Come si serviranno di questa cosa sono fatti loro; io sono giustificato nel supporre che, per gli scopi ordinari, i libri siano un vantaggio, i bei gioielli siano un vantaggio, un bello stipendio sia un vantaggio”. Ma l’unico caso in cui non ci è consentito ragionare così è precisamente il caso del dar soldi a chi è poverissimo. Vale a dire, l’unico caso in cui non ci è consentito trattare il denaro come se fosse una specie di cosa buona in sé è l’unico caso in cui davvero sappiamo che esso è desiderato.

Neanche di una signora sincera sappiamo se davvero voglia delle perle. Ma sappiamo, in novantanove casi su cento, che perfino un mendicante insincero vuole del denaro. La nostra ignoranza di ciò che poi accade al denaro è semplicemente parte della nostra ignoranza di ciò che accade a qualunque cosa, della nostra ignoranza circa tutto intero il mondo in cui viviamo. Ciò che è veramente ignobile è questo: che l’ignoranza, mai chiamata in causa quando stiamo soddisfacendo tutti i frivoli bisogni della gente frivola, è sempre chiamata in causa di colpo e con foga quando, per una volta, stiamo soddisfacendo i bisogni tangibili dei bisognosi. Non desidero proseguire su questo aspetto della questione; sarebbe troppo serio per un luogo come questo. Ma una volta, mentre si commetteva l’unico grande crimine della storia umana, il crimine che oscurò il sole nel cielo, lo spirito che aveva le maggiori ragioni per lamentarsi disse di quei criminali: “Non sanno quello che fanno”. Ed è vero che non sappiamo quel che facciamo. Ci fu permesso di servirci di quella scusante mentre commettevamo un crimine. Davvero non ci sarà consentito di servircene mentre facciamo una gentilezza?

Pertanto, ho simpatia per il filantropo matto. So che, quando ha gettato i suoi denari per strada, tutte le istituzioni del mondo moderno gli hanno detto che stava facendo più male che bene. Ma d’altra parte so anche che ognuna di quelle istituzioni gli avrebbe detto che stava facendo più male che bene se avesse dato quei soldi a una qualunque altra istituzione. È possibile attaccare ragionevolmente la carità occasionale. Ma il medesimo ragionevole attacco si può sferrare alla carità organizzata. Io stesso conosco il caso di un milionario un po’ svampito che si recò da due delle maggiori figure pubbliche del nostro tempo e chiese loro come potesse far del bene col suo denaro. Il primo, dopo aver considerato a lungo tutti gli aspetti, senza dubbio col massimo spirito filantropico, gli consigliò di tenerselo stretto. L’altro, dopo essersi preso un mese di tempo per riflettere sulla questione, gli scrisse per dirgli che aveva pensato a un unico modo in cui l’uomo non avrebbe potuto far danni col suo oro, ed era quello di rivestirci la cupola di St. Paul.

Quando c’è un tal senso d’inutilità e d’impotenza perfino riguardo alla carità sistematica, è del tutto assurdo mettere in evidenza, come se fosse qualcosa di speciale, l’inutilità e l’impotenza della carità individuale. Provo simpatia per l’uomo che voleva intonacare d’oro la cupola di St. Paul. Ma provo molta più simpatia per il signor Yates, il filantropo matto dei giorni scorsi, che vuol realizzare l’antica leggenda e pavimentare d’oro le strade di Londra. Che il suo dono abbia provocato invidie, disordini e perfino delusioni, probabilmente è vero. Allo stesso modo l’assenza di simili doni provoca invidie, disordini e delusioni. Non difendo seriamente il suo metodo nella sua interezza. Dico però che sarà in questa maniera individuale che la carità verrà riformata davvero. Nulla sarà fatto finché non avremo compreso che la carità non è dare ricompense a chi le merita, ma dare felicità agli infelici.

Per come stanno le cose, abbiamo un’unica scelta tra il dar soldi a persone di cui non sappiamo niente e il dar soldi a istituzioni di cui non sappiamo niente. Ovviamente possiamo sapere, di una istituzione, che è rispettabile, nel senso formale e futile del termine, che è solvibile, che non è gestita da un truffatore col baule già bell’e pronto e l’etichetta “Venezuela”; ma non è questo, ciò che vogliamo sapere di un’opera caritativa. Non vogliamo sapere, di un’opera caritativa, semplicemente che è cauta e solida come una banca. Di un’opera caritativa vogliamo sapere che le si possono affidare non solo i corpi delle persone ma anche le loro anime. Di un’opera caritativa vogliamo sapere che è umana, attenta, comprensiva verso uomini liberi, magnanima. In breve, che stranezza, di un’opera caritativa vogliamo sapere che è caritatevole. E questo, di regola, non lo sappiamo. Son queste le cose che inducono l’uomo riflessivo a una momentanea simpatia per i metodi del gentiluomo che nei giornali è stato descritti come “il milionario matto”. Una ricerca successiva ha chiarito, credo, che non era un milionario. E ricerche ancora più avanzate e profonde scopriranno, credo, che non era neanche così matto.

C’è una nota puramente pratica che si può aggiungere a questa discussione sconnessa. Io non so se esistano metodi con cui si possa provare se chi riceve un’elemosina ne ha davvero bisogno. Ma sono sicurissimo che il metodo adottato comunemente, soprattutto dalle signore caritatevoli, è una totale scemenza. Sentirete continuamente classificare un affamato come imbroglione perché nel momento in cui ottiene i suoi soldi “entra in un pub”. Questo prezioso test è adottato di continuo per dimostrare che un uomo affamato è un impostore. Nessuno sembra possedere la normale intelligenza per ricordarsi che entrare in un pub è esattamente la cosa che quello farebbe se fosse non un impostore ma un uomo affamato. Va lì prima di tutto perché è l’unico posto in cui abbiano il buonsenso di vendere grossi pezzi di pane e formaggio per pochi penny. E se ci va anche per uno stimolante [una bevanda alcoolica] fa esattamente ciò che farebbe qualunque Vescovo o Giudice capo se davvero si sentisse svenire per la mancanza di cibo. Lo aggiungo come puro e semplice dettaglio, ma un dettaglio urgente. Qualunque test di mendicanza vogliate impegnare, non servitevi di questo test cretino, universalmente diffuso tra i filantropi moderni.