In questi tempi di “carità organizzata” e di solipsismo normalizzato, forse non accade più che qualcuno, nel bisogno, ci si rivolga direttamente per chiederci aiuto materiale; ma il denaro non è la sola cosa di cui uno possa aver bisogno quando ti cerca.  

Leggete sempre le lettere degl’infelici

20 marzo 1891 – Nella buca della posta alcuni giorni addietro ritrovai una lettera. L’apersi, e vista la firma e scorse poche righe, avendo inteso ch’era domanda d’elemosina, diedi alla donna di servizio due soldi per la persona che sarebbe venuta a chieder la risposta. Né ci pensai più.

Oggi mi son trovata in tasca quella lettera piegucciata e l’ho letta tutta. Oh com’era compassionevole! Con che parole di dolore confidava nel mio animo creduto buono la poverella che ha scritto! Vedova, vecchia, senza nessuno al mondo; caduta dalle scale; ha rotto il braccio, il polso e la scapola; ricoverata all’ospedale; riaggiustati alla peggio gli ossi rotti; i dottori tranquillamente le han detto che rimarrà storpia per sempre, e l’hanno messa fuori della porta dell’ospedale dicendole: ora andate, non avete più nulla a far qui. In quella lettera erano tracce di lacrime; nell’abbandono di tutti s’era rivolta a me; e mi rammentava che fanciulletta m’avea conosciuto; era stata modista; avea lavorato per me quelle grandi pamele (287) che portavo sempre nell’estate. Di famiglia gentile. Caduta già fino all’ultimo fondo delle miserie, costretta a mendicare. E la poveretta se ne vergognava. Ricorreva a me: io l’ho respinta con due soldi per non aver letto quella lettera.

Con due soldi, capite? – Oh chi mi perdonerà quei due soldi e quella lettera non letta? Non so dove abiti la sventurata: farò di tutto per ritrovarla: e allora solo mi perdonerò i due soldi e la lettera non letta.

Care creature che mi leggete, e tu, fanciulletta mia dolce, per la quale scrivo questi ricordi, non mettete mai in tasca senza leggerle le lettere degl’infelici. Leggetele sempre, leggetele tutte. Innebriatevi del dolore altrui per compatirlo e soccorrerlo in quanto potrete. La povera donna si chiama Elena Scaramucci. Quand’io ero bambina abitava al Poggio (288) di fronte alla porta della mia casa dov’era un orticello pensile con due grandi e vecchi oleandri. Io andavo a cogliervi le rose rampicarelle e le fragole. Vive ancora in quell’orticello un oleandro, forse della propagine di quei vecchi. Fiorisce ad ogni estate con fasci di quelle sue rose che odorano d’amaro. La sua antica padrona da molti anni non possiede più quell’orto, quella casetta, quell’oleandro. Migrarono le povere donne e non seppi mai dove. L’ultima di quelle, l’Elena, che avea dato a me fanciulletta i mazzolini delle piccole rose rampicanti, con la sua pietosa lettera è venuta a ricercarmi ne’ suoi anni più dolorosi.

O creature! non gittate via, non mettete in tasca senza leggerle le lettere degli sventurati! Giova ripeterlo.

*****

287 La pamela è un cappello femminile di paglia a larghe tese, annodato con nastri sotto il mento, molto in voga nel Sette-Ottocento) prende nome dalla protagonista dell’omonimo romanzo dello scrittore inglese Samuel Richardson, Pamela, or Virtue Rewarded (1741) (cfr. Voc. Treccani).

288 Via del Poggio a Perugia, dove l’autrice è nata e ha vissuto fino al 1856. Si rinvia anche al ricordo Il Sabato santo nella mia famiglia (12 aprile 1884).

— Maria Alinda Bonacci Brunamonti, Pensieri cristiani, inediti da Memorie e pensieri (1875-1900), a cura di Luigi M. Reale, Bibliotheca Umbra, 2017