… e allora che fa il popolo?

Recrimina.

Non dico che non si dovessero dolere della situazione: se hai sete, sete sul serio, sete in un deserto di roccia, non la prendi alla leggera. Ma loro, non è che si dolgono e basta: loro recriminano. Se la prendono con Mosè, che li ha messi in una situazione rischiosa e pericolosa; come se non lo avesse fatto per il loro bene, seguendo il comando del Signore e fidandosi di Lui.

Molti di noi cattolici in questi giorni recriminano, cioè si lamentano, per la chiusura delle chiese e la sospensione delle celebrazioni. Tanto più, immagino, recrimineranno oggi, che è domenica e il giorno del Signore. Come se i Vescovi non lo avessero fatto per il nostro bene, in primo luogo il bene dei più deboli ed esposti al rischio. E come se il Signore non si potesse servire dei Vescovi per trasmetterci il suo comando.

Per la verità, è stato Lui a inventare la gerarchia, in un certo qual senso; e di sicuro è difficile imparare ad obbedire a Dio che non vedo se non sono disposto a obbedire al Vescovo che vedo.

Almeno quando il Vescovo dà un comando che è chiaramente in linea col Vangelo – dove non è scritto da nessuna parte: infischiatevene dei più deboli e lasciate che crepino – disobbedire è veramente fuori questione.

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Sento già l’obiezione: Gesù ha detto: «In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita» (Vangelo di san Giovanni, cap. 6, v. 53).

Vero. E giusto. Anzi, dirò di più.

A me capita spesso di passare due o tre mesi senza fare la Comunione; capita quando ho combinato qualcosa di abbastanza grosso ma non riesco, per problemi logistici, ad andare a confessarmi. Allora mi sento la coscienza sporca e mi rifiuto di avvicinarmi all’eucaristia finché non mi sono ripulita.

Quando mi capita così – e adesso ci sono dentro fin da Capodanno – non solo mi sento sporca ma mi sento anche inquieta, triste e generalmente stanca della vita. In realtà non è della vita che sono stanca, ma della morte che si insinua in me, direbbe George MacDonald; ma io non sono nemmeno, per natura, una persona tanto vitale e se ci mettiamo anche il carico…

Insomma, che il Santissimo Sacramento sia un sostegno, per me è una realtà incontrovertibile, visto che il peso dovuto alla sua mancanza mi diventa tangibile abbastanza spesso.

È stato tangibile fino a lunedì scorso, il peso; poi è sparito; e non perché sono andata a confessarmi, visto che lunedì sera è stato pubblicato il decreto per cui dobbiamo restare in casa il più possibile. Non sono andata a confessarmi martedì, né mercoledì come avevo programmato. Ma il peso mi è stato tolto dall’anima perché altrimenti non avrei retto. E mi è stato tolto perché, a quel punto, non dipendeva più dalla mia volontà. Da lunedì sera alla mia volontà era chiesto altro.

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Quello che Gesù dice è vero sempre, ma può anche capitare che non sia praticabile. Il punto, però, è la domanda: non è praticabile perché non voglio metterlo in pratica oppure non è praticabile per motivi che non dipendono dalla mia volontà?

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Se sono all’ospedale con le gambe in trazione, è fuori questione che io vada in chiesa a confessarmi e comunicarmi: si chiama “causa di forza maggiore” e nessuno si straccia le vesti per questo, neanche quando sia impossibile avere il confessore al capezzale. Perché potrebbe ben accadere che fosse impossibile. Esistono perfino comunità – in Russia e Siberia, per esempio, o in Amazzonia – in cui confessarsi e fare la Comunione è roba di quattro volte l’anno; nel resto del tempo, non solo non è possibile fare la Comunione, ma gli unici Sacramenti attivi, diciamo, sono il Battesimo per chi è già battezzato, la Cresima per chi è già cresimato e il Matrimonio per le coppie già sposate. Anche lì: causa di forza maggiore, e particolarmente pesante. Non vorremo mica dire che sono meno cattolici di noi?

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La realtà è fatta di circostanze, le più disparate, ma non nasce dalla mia volontà e non ne dipende. Posso abbracciarla ma non la faccio io. Posso lavorare per modificarla ma comunque non la faccio io. (Una cosa che parrebbe particolarmente facile da comprendere, se nel 2020 il mondo viene messo in ginocchio da un virus.) Posso anche rovinarla, facendo casini, ma comunque non la faccio io.

Ebbene, questo vivace nuovo coronavirus è una circostanza ben difficile da ignorare; e cercare di impedire che milioni – perché tra anziani e immunodepressi o variamente malati, si arriva a milioni di persone, per non dir niente di chi sta apparentemente bene e magari ha una debolezza congenita di cui non si sapeva niente – che milioni di persone più deboli di noi si prendano un virus potenzialmente mortale, non la vogliamo considerare una causa di forza maggiore?

domenica 15 marzo 2020, III di Quaresima 

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Chi vive nell’abbattimento immagina di essere stanco della vita; ma è della morte, non della vita, che è stanco. Allora, in tutte le traversie della vita, ricordiamo che quel che ci manca è solo la vita; che quel che ci occorre è più vita; avere più, in noi, di quella presenza che fa la vita e ci fa più e maggiormente vivi. Quando siamo più oppressi, quando siamo più stanchi della vita, come direbbe la nostra poca fede, riflettiamo che in verità ciò di cui siamo stanchi è la presenza della morte che via via ci invade. Quando saremmo più inclini a dormire, destiamoci con forza alla vita. Evitiamo, tra tutte le cose, il falso riparo di un fiacco lasciarsi andare, di un cedimento privo di speranza alle cose come sono. È la vita in noi a essere scontenta: e ci occorre averne di più di ciò che è scontento, non della causa del suo scontento. Lo scontento, lo ripeto, è quando la vita che è in noi non ha di sé stessa a sufficienza, non basta a sé stessa e quindi chiede di averne di più. Conquista la vittoria colui che, immerso nel dolore e nella debolezza, grida per avere non più morte, non il riposo della dimenticanza, ma la forza di combattere, più potenza, più consapvolezza dell’essere, più Dio in lui; colui che, quando è più gravemente ferito, dice come sir Andrew Barton nella vecchia ballata:

Combattete, miei uomini, dice sir Andrew Barton,
sono ferito, ma non sono morto;
mi stenderò un po’ a sanguinare
e poi mi rialzerò e combatterò ancora;

e questo non per una sciocca idea di far la parte dell’eroe – che hanno a che fare con l’eroismo creature come noi, che non riusciamo nemmeno a essere semplicemente onesti! – ma perché combattere così è la verità, e l’unico modo.

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(Low-sunk life imagines itself weary of life, but it is death, not life, it is weary of. Let us in all the troubles of life remember—that our one lack is life—that what we need is more life—more of the life-making presence in us making us more, and more largely, alive. When most oppressed, when most weary of life, as our unbelief would phrase it, let us bethink ourselves that it is in truth the inroad and presence of death we are weary of. When most inclined to sleep, let us rouse ourselves to live. Of all things let us avoid the false refuge of a weary collapse, a hopeless yielding to things as they are. It is the life in us that is discontented; we need more of what is discontented, not more of the cause of its discontent. Discontent, I repeat, is the life in us that has not enough of itself, is not enough to itself, so calls for more. He has the victory who, in the midst of pain and weakness, cries out, not for death, not for the repose of forgetfulness, but for strength to fight; for more power, more consciousness of being, more God in him; who, when sorest wounded, says with Sir Andrew Barton in the old ballad—

Fight on, my men, says Sir Andrew Barton,
I am hurt, but I am not slain;
I’ll lay me down and bleed awhile,
And then I’ll rise and fight again;

and that with no silly notion of playing the hero—what have creatures like us to do with heroism who are not yet barely honest!— but because so to fight is the truth, and the only way.) 

— George MacDonald, “Life”, in Unspoken Sermons, Second Series