Venerdì scorso, di mattina, sono uscita per la spesa e sono passata davanti alla chiesa di un paesino. La porta era aperta, anche se in giro per le strade non c’era nessuno. Ho pensato che al ritorno mi sarei fermata per salutare il Principale: non mi pareva verosimile che dentro ci fosse un assembramento. Al ritorno, ero in ritardo e avevo ancora una commissione da sbrigare e non mi sono fermata, ho salutato al volo. Un po’ mi dispiaceva, però.

Nel mio paese, la porta della chiesa era chiusa, come sempre. Al di fuori degli orari “di servizio” la nostra chiesa è sempre chiusa: non c’è nessuno a custodirla, quindi non può restare aperta. Una volta, molti anni fa, quando ancora era aperta tutto il giorno, qualcuno entrò, scassinò il tabernacolo e rubò le ostie. Da allora, visto che il Santissimo ha una curiosa tendenza a non difendersi da solo e non c’è nessuno che possa stare in chiesa a farGli la guardia, si tiene la chiesa chiusa.

Ma stavolta, naturalmente, era diverso. Così, mi sono fermata davanti alla porta chiusa, decorata dall’avviso della sospensione di tutte le attività (messe, adorazione eucaristica, benedizione delle case, confessioni; il catechismo era già stato sospeso settimane fa) e ho detto una preghiera rivolgendomi al Santissimo che stava dentro. Perché io so che Lui è lì, anche se non posso vederlo.

La mia preghiera era la mia solita:

Adoro te devote, latens Deitas quae sub his figuris vere latitas…

Con tutta me stessa Ti adoro, Divinità nascosta che vera ti celi dietro a queste fattezze…1

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Ma oggi le fattezze dietro cui si nasconde, mi sono detta, non sono soltanto il pane e il vino con cui celebriamo l’eucaristia. Ovviamente sono quelle, come sempre, e di quelle parla l’inno: l’eucaristia è fatta di pane e di vino, non di altre sostanze. Ma oggi anch’esse si celano dietro a un’altra fattezza, che è quella del portone chiuso. Le fattezze sono la cosa che vedo. Io non vedo Dio quando guardo l’eucaristia, vedo l’ostia consacrata; ma so che Gesù è lì. Allo stesso modo, non vedo il Santissimo quando sta chiuso dietro alla porticina dorata del tabernacolo o dietro al portone della chiesa: ma so che sta lì. E quindi posso fermarmi a pregare, anche se quel portone è chiuso. Conosco persone che si fanno il segno della croce ogni volta che passano davanti a una chiesa: stanno salutando il Santissimo, non certo la muratura e il campanile. E poi, pensandoci, non è forse vero che Cristo si nasconde nel nostro prossimo? E quanto è difficile vedercelo! Non per niente Chesterton diceva che il Vangelo ci raccomanda di amare il nostro prossimo e di amare i nostri nemici… perché verosimilmente si tratta delle stesse persone.

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All’improvviso, davanti al portone chiuso, sono riuscita a comprendere un brano che mi gira per il capo da circa venticinque anni. Sta in uno dei miei romanzi preferiti, Tutta la gloria nel profondo, di Bruce Marshall; un romanzo che rileggo una volta ogni due anni, più o meno, e ogni volta mi scontro con quelle trenta righe.

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Dopo che Monsignor O’Duffy ebbe aperto la riunione con la preghiera, il Canonico Poustie si alzò e chiese quale fosse secondo il Capitolo la miglior tattica da adottare nei riguardi delle coppiette che facevano all’amore sulla porta delle chiese. Disse che era sua abitudine fare un giro intorno alla chiesa, la sera, dopo la Benedizione, munito d’una lampadina tascabile, e di cacciar via gli innamorati di sotto il portico; ma questo serviva a poco, perché quegli svergognati non facevano altro che attraversare la strada e continuare le loro pratiche riprovevoli sulla porta della chiesa anabattista di fronte. Il Canonico Dobbie disse che si metteva perfettamente nei panni del Canonico Poustie perché anche il portico della Chiesa di Nostra Signora Auxilium Christianorum ad Aberginie era sempre rigurgitante di coppiette, ma che era venuto alla conclusione che la miglior cosa da farsi fosse di lasciarle stare, dato che c’erano altrettante probabilità che un raggio di grazia partito dal Santissimo Sacramento potesse arrivare a toccar loro l’anima, quante ce n’erano che il ritmo delle loro manifestazioni d’affetto arrivasse a offendere il Santissimo Sacramento.

[Qui forse serve una parafrasi, perché quel tipo di correlazione oggi è generalmente percepito come un’espressione di impossibilità, ma nel romanzo non è di questo che si tratta: “…. era venuto alla conclusione che la miglior cosa da farsi fosse di lasciarle stare perché, se c’erano probabilità che il ritmo delle loro manifestazioni d’affetto arrivasse a offendere il Santissimo Sacramento, ce n’erano però altrettante che un raggio di grazia partito dal Santissimo Sacramento potesse arrivare a toccar loro l’anima”.]

Allora Monsignor O’Duffy s’alzò e disse che la risposta data dal Canonico Dobbie al Canonico Poustie era molto bella e consolante e che non bisogna mai dimenticare che Dio agiva in modo misterioso e che il Santissimo Sacramento dell’Altare era un sacramento davvero meraviglioso e capace di scoccare grazie in tutte le direzioni, perfino attraverso la pietra e la calcina, verso persone che non avevano la minima idea che anche entro un raggio di un milione di miglia potesse trovarsi Gesù Cristo in persona.

— B. Marshall, Tutta la gloria nel profondo, Il mondo, la carne e padre Smith, Jaca Book 1993, trad. M. Santi Farina, pagg. 176-177

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In venticinque anni devo aver letto questo romanzo una dozzina di volte, forse di più; ma ogni volta ho battuto le corna contro questo brano, che è breve, non è neanche da lontano il più rilevante del romanzo ed è seguito da un discorso bellissimo di padre Smith, al quale, anzi, serve da introduzione. Niente. Ogni volta battevo lì, e non solo: ha continuato a vorticarmi nel cervello come una falena dentro a un globo di vetro, perché mi scandalizzava che dei sacerdoti, benché fittizi, potessero pensarla così. E comunque il loro autore (o subcreatore) era cattolico, come accidenti gli è venuta un’idea del genere?

Io sono forse troppo positivista; d’accordo che metà della mia educazione è umanistica, ma l’altra metà, la più forte, è tecnico-scientifica. Quelle parole, le ho sempre considerate incomprensibili e un tantino superstiziose. Se Dio ci ha creato senza di noi, è anche vero che non ci salva senza di noi; e non riesco davvero a credere che il Santissimo si metta a scoccare raggi come scoccherebbe frecce un Cupido sbronzo (giusto per rimanere in tema di coppiette).

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Quella mattina, salutando il Santissimo che stava dietro a ben due porte, mi sono resa conto che Marshall è riuscito a farsi venire un’idea del genere perché… be’, perché è vero.

Continuo a non credere (non ce la fo) che il Santissimo vada dardeggiando ma credo invece che, se lo ritenesse opportuno, potrebbe farlo, e farlo anche attraverso una porta chiusa.

Forse l’elemento narrativo non è dei più felici, non è detto che uno sia sempre al meglio quando scrive; ma è vero che il Signore agisce in modo misterioso e che può tutto. Io non mi sento sola perché le chiese sono chiuse. Mi dispiace, certo; ma mi dispiacerebbe molto di più se dovessi mandare all’ospedale vari amici ultraottantenni che ho in parrocchia solo perché non mi fido abbastanza del Signore da sapere che Lui c’è in ogni caso. È vero, ci ha dato il Santissimo e tutti gli altri Sacramenti perché non fossimo mai soli; ci ha anche dato un’altra cosa, però: noi siamo un corpo solo con Lui e tra di noi, anche quando non possiamo stare insieme.

Il fatto che la Chiesa sia un unico Corpo è, appunto, un fatto, participio passato sostantivato del verbo “fare”. Non è qualcosa che facciamo noi: l’ha già fatta Lui; a noi spetta prenderne coscienza. Ce ne dobbiamo accorgere e naturalmente quella coscienza la possiamo anche chiedere.

E la situazione attuale è un’occasione d’oro per chiedere questa particolare coscienza. Non siamo noi a fare la realtà e le sue circostanze, ma siamo noi a decidere come starci davanti.

Stasera alle 21 avremo l’occasione di riunirci insieme – spiritualmente – per dire il rosario (misteri della luce), in occasione della festa di san Giuseppe, che è Custode della Chiesa universale.

L’idea è della CEI, la quale propone anche che durante la recita si esponga alla finestra un piccolo drappo bianco o una candela, come segno visibile di speranza e fede. «Dalle nostre abitazioni – afferma il Card. Gualtiero Bassetti, Presidente della CEI – si eleva al Padre la supplica dei suoi figli, affinché il Signore, buono e misericordioso, dia la forza del suo Spirito ai medici e agli operatori sanitari, illumini i ricercatori, guidi i governanti, infonda vigore ai corpi degli anziani e dei bambini, allontani la paura, doni a tutti, specialmente ai malati, la consolazione del suo Figlio Gesù».

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L’universo per me non sarebbe niente di più che un fondale di cartapesta, tutto superficie senza profondità, se non sperassi in Dio. Non dirò credere, perché quella è una parola grossa e significa tanto più che i miei piccoli germogli di fiducia. Ma una fede piccina può risvegliare una grandissima speranza, e io mi aspetto cose grandi da colui la cui perfezione mi ha dato la vita perché io possa essere, un giorno, una cosa perfetta. Più ci fidiamo e più troviamo ragionevole fidarci.

— George MacDonald, da una lettera a Lady Mount-Temple, 1888, in An Expression of Character, Ed. Sadler (Wingfold Calendar, 20 marzo)

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1 La mia versione (capisco che possa sconcertare) si basa sulla lezione del padre Cantalamessa che prende spunto da questo canto.