In questi giorni difficili, la Chiesa offre l’indulgenza plenaria secondo quanto stabilito dalla Penitenzieria Apostolica (e ci sono anche delle norme riguardanti la Confessione): 

Decreto della Penitenzieria Apostolica circa la concessione di speciali Indulgenze ai fedeli nell’attuale situazione di pandemia, 20.03.2020Si concede il dono di speciali Indulgenze ai fedeli affetti dal morbo Covid-19, comunemente detto Coronavirus, nonché agli operatori sanitari, ai familiari e a tutti coloro che a qualsivoglia titolo, anche con la preghiera, si prendono cura di essi.

Nota della Penitenzieria Apostolica circa il Sacramento della Riconciliazione nell’attuale situazione di pandemia, 20.03.2020«Io sono con voi tutti i giorni» (Mt 28,20) 

A me il concetto di indulgenza è sempre parso un pochino difficile. Meno male che c’è chi ne capisce più di me e lo sa anche spiegare meglio di quanto potrei mai fare io. L’articolo è vecchio di qualche anno e si riferiva al Perdono di Assisi (2 agosto) ma l’indulgenza plenaria funziona sempre così.

L’indulgenza plenaria in parole semplici

di Maria Cristina Corvo, Zenit.org

Non basta chiedere perdono, è necessario rimediare al danno commesso. C’è in gioco la nostra felicità

Ma cos’è, di preciso, l’indulgenza plenaria? Visto che il 2 agosto si può riceverla in regalo da Dio, andando alla Porziuncola (o in qualsiasi altro posto francescano), proviamo a spiegarla con parole semplici.

C’era una volta… sì, proprio così.

Iniziamo con “c’era una volta”, lasciamo da parte per un attimo il Catechismo della Chiesa Cattolica al n°1471 (dove c’è la spiegazione chiara, ma con un linguaggio un po’ da addetti ai lavori) e partiamo da una storia.

Dicevamo…

C’era una volta un ragazzino con un brutto carattere. Suo padre gli diede un sacchetto di chiodi e gli disse di piantarne uno nello steccato del giardino ogni volta che avesse perso la pazienza e litigato con qualcuno. Il primo giorno il ragazzo piantò 37 chiodi nello steccato.

In seguito il numero di chiodi piantati nello steccato diminuì gradualmente. Aveva scoperto che era più facile controllarsi che piantare quei chiodi. Finalmente arrivò il giorno in cui il ragazzo riuscì a controllarsi completamente. Lo raccontò al padre e questi gli propose di togliere un chiodo dallo steccato per ogni giorno in cui non avesse perso la pazienza. I giorni passarono e finalmente il ragazzo fu in grado di dire al padre che aveva tolto tutti i chiodi dallo steccato.

Il padre prese suo figlio per la mano e lo portò davanti allo steccato. Gli disse: “Ti sei comportato bene, figlio mio, ma guarda quanti buchi ci sono nello steccato. Lo steccato non sarà più quello di prima. Quando litighi con qualcuno e gli dici qualcosa di brutto, gli lasci una ferita come queste. Puoi piantare un coltello in un uomo e poi estrarlo. Non avrà importanza quante volte ti scuserai, la ferita rimarrà ancora lì. Una ferita verbale fa male quanto una fisica”.

Un bel racconto realistico e concreto, così come realistica e concreta è la vita di tutti i giorni.

Ogni chiodo piantato nello steccato rappresenta un peccato che abbiamo commesso e se togliamo questi chiodi (con il pentimento, con il sacramento della riconciliazione, con la conversione…) possiamo vedere i buchi che essi lasciano nel legno e che rimarranno per sempre.

Ecco: l’indulgenza cancella quel “per sempre” che abbiamo appena scritto e lo trasforma in “fino a che non ci mette le mani Dio in persona”.

Il resto
(perché c’è dell’altro,
specie sul fatto di riparare con la penitenza)
si può leggere sul sito di Zenit.

Maria Cristina Corvo la trovate qui: In Te mi rifugio.