Dal Vangelo secondo Giovanni, capitolo 15, versetti 1-8

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:

«Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato. Rimanete in me e io in voi.

Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me.

Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano.

Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».

Ieri mi sono accorta di un equivoco che può nascere da queste parole: l’equivoco della visibilità dei frutti.

Facilmente si può pensare che i frutti, una vita feconda e simili espressioni descrivano, per la vita umana, ciò che descrivono per la vita delle piante: qualcosa che non solo sia utile per gli altri ma che sia manifesto e riconoscibile da tutti. La vite porta i grappoli d’uva che sono utili a noi, perché ci danno il vino che allieta il cuore dell’uomo, come dice il salmista, e sono ben visibili; e anche chi non apprezza il vino, in genere apprezza l’uva come frutto.

La fecondità, nelle nostre teste, è legata all’utilità ma anche alla visibilità e a una certa gradevolezza. Non ho mai sentito definire “fecondo” un cardo, benché sia una delle piante più prolifiche che conosco e sicuramente non si può dire che un cardo mariano non sia ben visibile (io poi lo trovo bellissimo). Ed è anche utile, ma non proprio gradevole 

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Sull’utilità non c’è molto da discutere; e naturalmente perlopiù si vede se è utile ciò che facciamo o siamo: pulire il bagno è utile e si vede. Il problema in realtà è il modo, le modalità. Soprattutto questo può farci inciampare.

Quante mai persone si saranno convinte di non valere niente perché non hanno il buon lavoro e la bella famiglia? E quanti si saranno almeno rammaricati per non essere capaci di testimoniare la loro fede? Dico “testimoniare” sia in senso verbale sia in senso concreto: insomma, in parole e opere. Io sono una così: incapace di fare entrambe le cose. E mi dispiace, non mi limito al rammarico; ma sembra che non possa farci niente.

Da me, quantomeno, non posso farci niente.

Ma non è forse che dovremmo agire con le nostre mani ma con la Tua forza? Questo vale anche per la vita di tutti i giorni, non solo per le grandi opere (un altro equivoco).

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Pensavo questo durante la Messa, dopo il Vangelo, e mi è venuta in mente una frase del cardinale Newman circa il fatto che Dio mi ha riservato un compito unico e che lo compirò, anche senza sapere quale sia, semplicemente facendo ciò che sono chiamata a fare nella vita di ogni giorno. Questo esclude qualunque sfoggio, qualunque apparire, qualunque successo di tipo mondano. Del resto, “successo” è un participio passato: quello che ci è successo è che abbiamo incontrato Cristo e quindi Lui è il nostro “successo”. Ciò che dobbiamo fare è rimanere attaccati a Lui… e vivere di conseguenza. Gemma Galgani o Benedetta Bianchi Porro non avevano il buon lavoro o la bella famiglia (nel senso, s’intende, di famiglia generata da loro stesse, non della famiglia di provenienza).

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La sera poi, ho letto un’altra frase attinente a queste faccende di visibilità e successo, che me ne ha richiamata un’altra ancora, letta qualche giorno fa.

(Ma guarda, proprio lo stesso giorno! Sono gentilezze che il Signore ci fa quando siamo veramente mogi.)

Non sono frasi di consolazione, sono pezzi di filosofia indispensabili a vivere. Talmente sono indispensabili che in questi anni te le spacciano per ogni dove; solo, “fa figo” affermare che derivino da antica saggezza orientale, con il che s’intende India e Cina, al massimo l’Arabia, e mai la Bibbia e ciò che ne è venuto.

Citazioni 

La traduzione di Newman è quella di Giovanni Velocci per la Jaca Book, ma ho rivisto il secondo paragrafo. A seguire c’è anche l’originale inglese. Poi ci sono le altre due frasi che mi si sono presentate. I neretti sono tutti miei.

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1. Dio era in Se stesso completezza e beatitudine; ma fu Sua volontà creare un mondo per la Sua gloria. Egli è onnipotente e avrebbe potuto fare tutte le cose da sé; invece è stato Suo volere far sì che i Suoi progetti fossero realizzati dagli esseri da Lui creati. Noi siamo stati tutti creati per la Sua gloria, siamo stati creati per fare il Suo volere. Io sono stato creato per fare qualche cosa o per essere qualcosa per la quale non è stato creato nessun altro; occupo un posto nei fini di Dio, nel mondo di Dio, un posto che non occupa nessun altro; sia io ricco oppure povero, disprezzato oppure stimato dall’uomo, Dio mi conosce e mi chiama per nome.

2. Dio mi ha creato perché Gli rendessi un particolare servizio; mi ha affidato un qualche lavoro che non ha affidato ad altri. Ho la mia missione; potrei anche non conoscerla mai in questo mondo, ma mi sarà detta nell’altro. In qualche modo che non so, sono necessario ai Suoi fini, necessario nel mio posto come un Arcangelo nel suo; se, infatti, vengo meno Egli ne può far nascere un altro, così come potrebbe cambiare le pietre in figli di Abramo. Ciononostante ho una parte in questa grande opera; sono un anello della catena, un legame di parentela tra le persone. Non mi ha creato per nulla. Farò qualcosa di buono, farò il Suo lavoro; sarò un angelo di pace, un predicatore di verità nel posto in cui mi trovo, pur senza averne l’intenzione, se non farò altro che osservare i Suoi comandamenti e servirLo in ciò a cui sono chiamato.

1. God was all-complete, all-blessed in Himself; but it was His will to create a world for His glory. He is Almighty, and might have done all things Himself, but it has been His will to bring about His purposes by the beings He has created. We are all created to His glory—we are created to do His will. I am created to do something or to be something for which no one else is created; I have a place in God’s counsels, in God’s world, which no one else has; whether I be rich or poor, despised or esteemed by man, God knows me and calls me by my name.

2. God has created me to do Him some definite service; He has committed some work to me which He has not committed to another. I have my mission—I never may know it in this life, but I shall be told it in the next. Somehow I am necessary for His purposes, as necessary in my place as an Archangel in his—if, indeed, I fail, He can raise another, as He could make the stones children of Abraham. Yet I have a part in this great work; I am a link in a chain, a bond of connexion between persons. He has not created me for naught. I shall do good, I shall do His work; I shall be an angel of peace, a preacher of truth in my own place, while not intending it, if I do but keep His commandments and serve Him in my calling.

— John Henry Newman, Meditations on Christian Doctrine, March 7, 1848

Sacrificarsi per gli altri, giorno per giorno, senza la più remota possibilità di un compenso, nemmeno di un vero “grazie”, lottare con morbi invincibili, con sofferenze senza scampo, per venti, trenta, quarant’anni e oltre. Chi può dire che la conquista di un impero, la lotta politico-sindacale, l’elaborazione di un sistema filosofico, la creazione di un’opera d’arte valgono di più? Valori altissimi anche questi, in molti casi; ma hanno già in sé la loro ricompensa.

— Italo Alighiero Chiusano, Note di un contemporaneo, Edizioni Paoline 1985, pag. 116 (il capitolo riguarda una visita al Piccolo Cottolengo di Milano)

I giusti non restano mai delusi, poiché sono sempre pronti a dare senza la speranza di essere ricambiati.

— Joseph Joffo, Abraham Lévy, curato di campagna, (trad. Adriana dell’Orto), Rizzoli 1989, pag. 155