Giacomo e Giovanni erano fratelli ed è comprensibile che si somigliassero nel modo di fare. Gesù li chiamava i Boanerges, “figli del tuono”, quindi possiamo immaginare che fossero due tipetti quantomeno energici. Di sicuro erano un pochino presuntuosi, come mostra il Vangelo di domenica scorsa

Siccome nella mia parrocchia c’era la Messa di Prima Comunione, il coro ha eseguito un canto che si intitola “Ti seguirò”.

A me quel canto non è mai piaciuto molto, per via della prima strofa: «Ti seguirò nella via dell’amore e donerò al mondo la vita». Non sono “io” che porto la vita al mondo, in nessun modo; come metafora è scadente, come fatto non è vero. 

Mentre ascoltavo, avendo già sentito il Vangelo, mi è venuto in mente che perlomeno chi ha scritto quella strofa potrebbe essere un altro… boanerges. Non posso pronunciarmi su chi apprezza il canto, perché ho notato che spesso i canti vengono apprezzati in maniera solo emotiva – mi piace la musica, mi commuove, l’ho sentito a Medjugorje o di qua o di là – ma pochi fanno un qualche sforzo per capire che cosa stiano realmente dicendo mentre cantano. Chi però ha scritto quella strofa l’avrà ben saputo che cosa stava scrivendo!

Non solo, ma è l’esatto parallelo di quel che dicono Giacomo e Giovanni: loro si aspettavano un certo esito e sono presuntuosi rispetto a quello; noi ci aspettiamo un altro esito – convertire il mondo – e siamo presuntuosi rispetto a questo.

Alla fine, infatti, canti o non canti, la presunzione di “fare noi” è talmente diffusa che ci ammorba un po’ tutti, per questo dico “noi”. Qualcuno la chiama volontarismo, qualcuno la chiama attivismo, ma in fin dei conti quello è: presunzione. 

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Questo non vuol dire che non si debba far niente altro che pregare. Pregare è come respirare (o dovrebbe diventarlo), ma quanto al “fare”, ciascuno deve fare del suo meglio lì dove si trova e nel momento in cui ci si trova. Inutile, per esempio, comportarsi da ladri o parlar male della Chiesa perché tanto “lo fanno tutti” e poi andare a Messa a commuoversi con le canzoni. Altrettanto inutile vedere qualcuno che commette cattive azioni e non intervenire per paura – cosa comprensibilissima – per poi consolarsi con la “preghiera semplice”, che a volerla applicare sul serio richiede di avere la spina dorsale molto ma molto dritta. (Presunzione a parte.) 

La vita che porto in giro pel mondo è solo la mia e non posso darla a nessun altro. È possibile, casomai, che a un altro venga voglia di capire da dove venga la mia vita, se la trova attraente. Ma è possibile solo questo; e casomai accadrà in proporzione all’amicizia vissuta con Gesù. Potrebbe anche non accadere; questo bisogna saperlo. 

La cosa migliore per “portare la vita al mondo”, in situazioni normali, è seguire il consiglio di santa Teresa e… farsi gli affari propri (Vita, cap. XIII).

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La versione del libro di santa Teresa d’Avila, Vita, che leggo io è quello della Biblioteca Universale Rizzoli, gennaio 1962, traduzione e note di Italo Alighiero Chiusano, un grandissimo traduttore che usa l’espressione «pensare ai fatti propri».

Una versione che si può consultare online usa invece l’espressione «attendendo a sé stessa»; purtroppo non è indicato nel file pdf chi sia il traduttore. In compenso i capitoli sono divisi in paragrafi e quello a cui mi riferisco io è il paragrafo 10 del Capitolo 13 (pag. 60 del file).